mi è piaciuto parecchio come ha parla in conferenza stampa, sopratutto quando ha detto che tutta la squadra ha giocato sotto le aspettative e che una persona capace ha dovuto pagare con il suo posto di lavoro.
io sono uno di quelli che a cui piaceva fischer, pero dalle parole di shedden sembra che all interno dello spogliatoio c`è veramente qualcosa che non va
Doug Shedden, il nostro ex-allenatore
Moderatore: Thor41
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Anche a me è piaciuto molto in conferenza stampa
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Stamattina mi è piaciuto anche all'allenamento, esercizi di tattica più che altro, e dopo un po riuniva tutti e lui (molto Wohlwend anche) alla lavagna spiegava tutto nei dettagli, per la prima volta dopo 2 anni ho visto un uscita dal terzo ben fatta.
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Fischer come gestiva gli allenamenti?Thor41 ha scritto:Stamattina mi è piaciuto anche all'allenamento, esercizi di tattica più che altro, e dopo un po riuniva tutti e lui (molto Wohlwend anche) alla lavagna spiegava tutto nei dettagli, per la prima volta dopo 2 anni ho visto un uscita dal terzo ben fatta.
Davos, 1. marzo 1986: c'ero anch'io!
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Riscaldamento, esercizi, discorso, si giocava, discorso motivazionale, power play/box play, cazzeggio finale.Kenta ha scritto:Fischer come gestiva gli allenamenti?Thor41 ha scritto:Stamattina mi è piaciuto anche all'allenamento, esercizi di tattica più che altro, e dopo un po riuniva tutti e lui (molto Wohlwend anche) alla lavagna spiegava tutto nei dettagli, per la prima volta dopo 2 anni ho visto un uscita dal terzo ben fatta.
Alla lavagnetta faceva molto poco sul ghiaccio, poi magari nello spogliatoio faceva molto di più ma non è dato a sapersi giustamente. Sul ghiaccio non è che c'era moltissima tattica e se si sbagliava o non andava, non succedeva niente.
Oggi con Shedden dopo un 5 minuti di messa in pratica dello schema, si provava altro ancora, sia in uscita che in impostazione. Parlava tanto e con tutti.
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Tutto si può dire di lui... certo che mi sembra bello deciso a raddrizzare la situazione!
Dal CdT odierno
«Butterò le cattive abitudini dalla finestra»
Parla il nuovo allenatore del Lugano: «Alla squadra non servono innesti, ma un lavoro strutturale e mentale»
Felpa della Berkshire School, blue jeans, idee chiare, pochi fronzoli. L’avventura di Doug Shedden alla guida del Lugano è iniziata ieri: allenamento mattutino, conferenza stampa pomeridiana. «Non cercavamo un venditore di tappeti, ma un allenatore in grado di intervenire in una situazione difficile, che portasse energia», ha detto il direttore sportivo Roland Habisreutinger. «Doug è l’uomo giusto, è bastato un incontro per capire quanto tenesse a questo lavoro».
Signor Shedden, martedì ha assistito alla partita di Coppa persa a Rapperswil. Che idea si è fatto dei problemi del Lugano?
«Il primo, evidente, è lo scarso feeling con la vittoria. Le aspettative, ad inizio stagione, erano altre. Il gruppo ha avuto un rendimento inferiore alle attese e questo è costato il posto a una brava persona. Nessuno, nello spogliatoio, può dire di aver vissuto un inizio di stagione fantastico, ma se ognuno sarà in grado di alzare il suo livello, sfruttando pienamente il suo talento, le cose cambieranno rapidamente. Detto questo, non è facile giudicare la situazione dopo aver visto una sola partita, specialmente in questo caso, trattandosi di una gara di Coppa che forse non tutti hanno preso sul serio. Mi auguro che la mia presenza a Rapperswil sia stata uno stimolo sufficiente, poiché la prima impressione significa molto. Ho notato alcune cattive abitudini: non si tira al momento giusto, non si difende abbastanza bene, si perdono troppi dischi. Voglio prendere queste cattive abitudini e buttarle fuori dalla finestra».
Su quali aspetti intende intervenire nei prossimi giorni?
«Voglio strutturare meglio la squadra, dotarla di un sistema che valorizzi al massimo il materiale umano a disposizione. Ma devo anche ricostruire l’ego dei giocatori. Questi ragazzi sanno di non essere stati all’altezza delle aspettative, individualmente e come squadra. Non hanno fiducia, non sono contenti con loro stessi. Spetta a me riportare il sorriso. Dovremo lavorare duramente, ma in un ambiente sereno. Venire alla pista deve essere un piacere. Praticare sport per professione è un privilegio, una bella vita. Ma perdere ci rende infelici. Sono convinto che potremo già cambiare diverse cose in vista della partita di venerdì con il Langnau. Avremo altri due allenamenti a disposizione per ribadire alcuni concetti. L’obiettivo è giocare in maniera semplice, senza pensare troppo».
A Zugo ha già lavorato con Brunner, Chiesa, Steinmann e Bertaggia. Le saranno d’aiuto?
«Moltissimo, soprattutto Brunner e Chiesa, due leader di questo Lugano. Conoscono il mio sistema, mi saranno di supporto nel far passare i messaggi. Quando arriva un nuovo coach e non ci si conosce, qualcuno può essere intimidito nell’approccio, ma io sono aperto al dialogo. Tutti sanno quanto Damien fosse importante nel mio Zugo. Chiesa, dal canto suo, è un giocatore che apprezzo tantissimo, anche umanamente. Bertaggia era con me nel suo primo anno da professionista: farò di tutto affinché progredisca ulteriormente. Steinmann l’ho allenato nei miei primi anni in Svizzera, molto tempo fa».
Chiederà alla società di intervenire sul mercato?
«No. Questo gruppo va bene così, non servono cambiamenti. Proprio per questo il mio lavoro a Lugano sarà divertente: ho ereditato una squadra in cui c’è tutto, dai cavalli da traino ai fantasisti, dai bravi portieri ai buoni difensori. Non è la classica compagine ultima in classifica in cui servono degli innesti per aggiustare le cose. Bisogna solo riorganizzarla e ridarle la necessaria fiducia per tornare a vincere».
Il potenziale è da alta classifica?
«Sulla carta siamo vicini alle top 4, ma non ho mai visto vincere una partita di hockey usando la carta. Il campionato svizzero è estremamente equilibrato, basti pensare ai playoff degli ultimi anni, con molte serie dei quarti di finale decise alla settima gara. Non c’è una grande differenza tra le prime e le ultime. A livello di budget sì, ma sul piano della pura competizione no».
Si aspettava di tornare ad allenare in Svizzera così presto?
«Vi assicuro che non è facile restare a casa senza un lavoro e non sapere quando arriverà la prossima opportunità. È dura soprattutto se hai una famiglia da sostenere. Tornare ad operare in questo splendido Paese, in una Lega così affascinante e veloce, in una città come Lugano, è fantastico. Sono grato di questa chance. Il Ticino è un bel posto dove vivere, il club è ambizioso, punta sempre in alto. È l’unica squadra insieme a Zurigo, Davos e Berna ad aver vinto il titolo dal 1999 ad oggi: vorrà pur dire qualcosa».
Non la disturba il fatto di aver firmato solo fino a fine stagione?
«Non è una mia scelta, ma non vedo problemi. Avevo troppa voglia di tornare in panchina. Nel nostro business devi saper cogliere le opportunità che si presentano e devi metterti alla prova ogni giorno. Sono venuto a Lugano per diventare un allenatore migliore e spero di guadagnarmi un contratto per l’anno prossimo. Chi ha successo, solitamente ha un lavoro».
Ci parli del suo hockey. Possiamo considerarlo un mix tra le sue origini nordamericane e la sua lunga esperienza europea?
«Ad essere sincero, non mi sento un coach canadese. Ho varcato l’oceano 11 anni fa, ho vissuto una bella esperienza in Finlandia, poi ho trascorso 6 stagioni a Zugo, infine un breve periodo in KHL. Amo il disco, voglio che la mia squadra ne abbia sempre il possesso, che cerchi di segnare con azioni dirette e veloci, senza buttarlo via. Abbiamo i giocatori per farlo».
Che profilo avrà il suo assistente?
«Non è ancora deciso, non c’è fretta, visto che davanti a noi c’è la sosta per la Nazionale. Prima voglio conoscere le persone che sono già qui e fare le mie valutazioni».
Le sue due figlie vivono ancora a Lugano?
«Purtroppo no, sono tornate oltreoceano. Hanno studiato qui rispettivamente 4 e 2 anni. Il nostro timing non è stato perfetto».
E a seguire il parere di Chiesa
Chiesa «Doug è una persona molto esigente»
Il difensore ha lavorato con il coach a Zugo: «Ha esperienza e sa come uscire da queste situazioni»
Alessandro Chiesa conosce molto bene Doug Shedden. E viceversa. Quando il difensore ticinese, nell’estate del 2010, aveva deciso di proseguire la sua carriera a Zugo, il tecnico canadese lo aveva accolto a braccia aperte e non ha mai lesinato complimenti nei suoi confronti. Ieri mattina i due si sono ritrovati alla Resega, per il primo allenamento diretto dal nuovo tecnico bianconero: «Mi ha fatto piacere rivederlo dopo le quattro stagioni trascorse insieme a Zugo – spiega Chiesa –. Ci siamo salutati calorosamente, non l’ho trovato cambiato».
Che tipo di tecnico è, Doug Shedden? «Si tratta di una persona e di un allenatore molto esigente. Ha una sua filosofia di gioco molto chiara e pretende che tutti la seguano alla lettera. È un duro, che accetta però volentieri il dialogo con i giocatori ed è molto bravo nello sviluppo dei giovani».
In lui prevale l’anima nordamericana o quella europea? «Diciamo che il suo hockey è un po’ un mix tra quello canadese e quello europeo. Di sicuro non è un amante del ‘‘disco nel terzo e pedalare’’. Sa adattarsi insomma bene ad ogni situazione».
Shedden ha sempre ammirato molto il giocatore Chiesa: «Fin dall’inizio, a Zugo, ha lavorato molto con me. Mi ha insegnato delle regole fondamentali e come giocare bene difensivamente. Con lui le cose sono sempre molto chiare, mi sono sempre trovato benissimo con Shedden. Cura tanto i dettagli e studia meticolosamente gli avversari per preparare al meglio la squadra».
Ha inoltre contribuito all’esplosione sportiva di giovani come Reto Suri o Lino Martschini: «Sì, la sua filosofia hockeistica e la semplicità dei suoi schemi sono di grande aiuto per i giovani, che possono crescere ed affermarsi su basi solide».
Sarà il ghiaccio a parlare, ma dalle parole di Alessandro Chiesa sembra proprio che il Lugano abbia puntato sulla persona giusta per risollevare le sorti di una stagione nata male: «Io sono molto fiducioso. Shedden ha allenato con successo in molte parti del mondo, possiede una grande esperienza e in carriera si è già trovato a gestire situazioni complicate».
Di certo la sconfitta subita in Coppa svizzera martedì a Rapperswil non aiuta a livello di morale e di fiducia: «Non ci sono scuse, a Rapperswil non abbiamo giocato da squadra. Siamo partiti bene, ma dopo una decina di minuti abbiamo smesso di seguire le direttive dello staff tecnico. Non li abbiamo sottovalutati, ma non siamo stati attenti».
Dal CdT odierno
«Butterò le cattive abitudini dalla finestra»
Parla il nuovo allenatore del Lugano: «Alla squadra non servono innesti, ma un lavoro strutturale e mentale»
Felpa della Berkshire School, blue jeans, idee chiare, pochi fronzoli. L’avventura di Doug Shedden alla guida del Lugano è iniziata ieri: allenamento mattutino, conferenza stampa pomeridiana. «Non cercavamo un venditore di tappeti, ma un allenatore in grado di intervenire in una situazione difficile, che portasse energia», ha detto il direttore sportivo Roland Habisreutinger. «Doug è l’uomo giusto, è bastato un incontro per capire quanto tenesse a questo lavoro».
Signor Shedden, martedì ha assistito alla partita di Coppa persa a Rapperswil. Che idea si è fatto dei problemi del Lugano?
«Il primo, evidente, è lo scarso feeling con la vittoria. Le aspettative, ad inizio stagione, erano altre. Il gruppo ha avuto un rendimento inferiore alle attese e questo è costato il posto a una brava persona. Nessuno, nello spogliatoio, può dire di aver vissuto un inizio di stagione fantastico, ma se ognuno sarà in grado di alzare il suo livello, sfruttando pienamente il suo talento, le cose cambieranno rapidamente. Detto questo, non è facile giudicare la situazione dopo aver visto una sola partita, specialmente in questo caso, trattandosi di una gara di Coppa che forse non tutti hanno preso sul serio. Mi auguro che la mia presenza a Rapperswil sia stata uno stimolo sufficiente, poiché la prima impressione significa molto. Ho notato alcune cattive abitudini: non si tira al momento giusto, non si difende abbastanza bene, si perdono troppi dischi. Voglio prendere queste cattive abitudini e buttarle fuori dalla finestra».
Su quali aspetti intende intervenire nei prossimi giorni?
«Voglio strutturare meglio la squadra, dotarla di un sistema che valorizzi al massimo il materiale umano a disposizione. Ma devo anche ricostruire l’ego dei giocatori. Questi ragazzi sanno di non essere stati all’altezza delle aspettative, individualmente e come squadra. Non hanno fiducia, non sono contenti con loro stessi. Spetta a me riportare il sorriso. Dovremo lavorare duramente, ma in un ambiente sereno. Venire alla pista deve essere un piacere. Praticare sport per professione è un privilegio, una bella vita. Ma perdere ci rende infelici. Sono convinto che potremo già cambiare diverse cose in vista della partita di venerdì con il Langnau. Avremo altri due allenamenti a disposizione per ribadire alcuni concetti. L’obiettivo è giocare in maniera semplice, senza pensare troppo».
A Zugo ha già lavorato con Brunner, Chiesa, Steinmann e Bertaggia. Le saranno d’aiuto?
«Moltissimo, soprattutto Brunner e Chiesa, due leader di questo Lugano. Conoscono il mio sistema, mi saranno di supporto nel far passare i messaggi. Quando arriva un nuovo coach e non ci si conosce, qualcuno può essere intimidito nell’approccio, ma io sono aperto al dialogo. Tutti sanno quanto Damien fosse importante nel mio Zugo. Chiesa, dal canto suo, è un giocatore che apprezzo tantissimo, anche umanamente. Bertaggia era con me nel suo primo anno da professionista: farò di tutto affinché progredisca ulteriormente. Steinmann l’ho allenato nei miei primi anni in Svizzera, molto tempo fa».
Chiederà alla società di intervenire sul mercato?
«No. Questo gruppo va bene così, non servono cambiamenti. Proprio per questo il mio lavoro a Lugano sarà divertente: ho ereditato una squadra in cui c’è tutto, dai cavalli da traino ai fantasisti, dai bravi portieri ai buoni difensori. Non è la classica compagine ultima in classifica in cui servono degli innesti per aggiustare le cose. Bisogna solo riorganizzarla e ridarle la necessaria fiducia per tornare a vincere».
Il potenziale è da alta classifica?
«Sulla carta siamo vicini alle top 4, ma non ho mai visto vincere una partita di hockey usando la carta. Il campionato svizzero è estremamente equilibrato, basti pensare ai playoff degli ultimi anni, con molte serie dei quarti di finale decise alla settima gara. Non c’è una grande differenza tra le prime e le ultime. A livello di budget sì, ma sul piano della pura competizione no».
Si aspettava di tornare ad allenare in Svizzera così presto?
«Vi assicuro che non è facile restare a casa senza un lavoro e non sapere quando arriverà la prossima opportunità. È dura soprattutto se hai una famiglia da sostenere. Tornare ad operare in questo splendido Paese, in una Lega così affascinante e veloce, in una città come Lugano, è fantastico. Sono grato di questa chance. Il Ticino è un bel posto dove vivere, il club è ambizioso, punta sempre in alto. È l’unica squadra insieme a Zurigo, Davos e Berna ad aver vinto il titolo dal 1999 ad oggi: vorrà pur dire qualcosa».
Non la disturba il fatto di aver firmato solo fino a fine stagione?
«Non è una mia scelta, ma non vedo problemi. Avevo troppa voglia di tornare in panchina. Nel nostro business devi saper cogliere le opportunità che si presentano e devi metterti alla prova ogni giorno. Sono venuto a Lugano per diventare un allenatore migliore e spero di guadagnarmi un contratto per l’anno prossimo. Chi ha successo, solitamente ha un lavoro».
Ci parli del suo hockey. Possiamo considerarlo un mix tra le sue origini nordamericane e la sua lunga esperienza europea?
«Ad essere sincero, non mi sento un coach canadese. Ho varcato l’oceano 11 anni fa, ho vissuto una bella esperienza in Finlandia, poi ho trascorso 6 stagioni a Zugo, infine un breve periodo in KHL. Amo il disco, voglio che la mia squadra ne abbia sempre il possesso, che cerchi di segnare con azioni dirette e veloci, senza buttarlo via. Abbiamo i giocatori per farlo».
Che profilo avrà il suo assistente?
«Non è ancora deciso, non c’è fretta, visto che davanti a noi c’è la sosta per la Nazionale. Prima voglio conoscere le persone che sono già qui e fare le mie valutazioni».
Le sue due figlie vivono ancora a Lugano?
«Purtroppo no, sono tornate oltreoceano. Hanno studiato qui rispettivamente 4 e 2 anni. Il nostro timing non è stato perfetto».
E a seguire il parere di Chiesa
Chiesa «Doug è una persona molto esigente»
Il difensore ha lavorato con il coach a Zugo: «Ha esperienza e sa come uscire da queste situazioni»
Alessandro Chiesa conosce molto bene Doug Shedden. E viceversa. Quando il difensore ticinese, nell’estate del 2010, aveva deciso di proseguire la sua carriera a Zugo, il tecnico canadese lo aveva accolto a braccia aperte e non ha mai lesinato complimenti nei suoi confronti. Ieri mattina i due si sono ritrovati alla Resega, per il primo allenamento diretto dal nuovo tecnico bianconero: «Mi ha fatto piacere rivederlo dopo le quattro stagioni trascorse insieme a Zugo – spiega Chiesa –. Ci siamo salutati calorosamente, non l’ho trovato cambiato».
Che tipo di tecnico è, Doug Shedden? «Si tratta di una persona e di un allenatore molto esigente. Ha una sua filosofia di gioco molto chiara e pretende che tutti la seguano alla lettera. È un duro, che accetta però volentieri il dialogo con i giocatori ed è molto bravo nello sviluppo dei giovani».
In lui prevale l’anima nordamericana o quella europea? «Diciamo che il suo hockey è un po’ un mix tra quello canadese e quello europeo. Di sicuro non è un amante del ‘‘disco nel terzo e pedalare’’. Sa adattarsi insomma bene ad ogni situazione».
Shedden ha sempre ammirato molto il giocatore Chiesa: «Fin dall’inizio, a Zugo, ha lavorato molto con me. Mi ha insegnato delle regole fondamentali e come giocare bene difensivamente. Con lui le cose sono sempre molto chiare, mi sono sempre trovato benissimo con Shedden. Cura tanto i dettagli e studia meticolosamente gli avversari per preparare al meglio la squadra».
Ha inoltre contribuito all’esplosione sportiva di giovani come Reto Suri o Lino Martschini: «Sì, la sua filosofia hockeistica e la semplicità dei suoi schemi sono di grande aiuto per i giovani, che possono crescere ed affermarsi su basi solide».
Sarà il ghiaccio a parlare, ma dalle parole di Alessandro Chiesa sembra proprio che il Lugano abbia puntato sulla persona giusta per risollevare le sorti di una stagione nata male: «Io sono molto fiducioso. Shedden ha allenato con successo in molte parti del mondo, possiede una grande esperienza e in carriera si è già trovato a gestire situazioni complicate».
Di certo la sconfitta subita in Coppa svizzera martedì a Rapperswil non aiuta a livello di morale e di fiducia: «Non ci sono scuse, a Rapperswil non abbiamo giocato da squadra. Siamo partiti bene, ma dopo una decina di minuti abbiamo smesso di seguire le direttive dello staff tecnico. Non li abbiamo sottovalutati, ma non siamo stati attenti».
#RIDATECI-IL-NOSTRO-LUGANO!!
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Come già detto da molti, bellissime queste prime parole di Shedden. Mi ha fatto tornare la fiducia. Dai!
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Sebbene non sia mai stato un grandissimo estimatore di Fischer certi commenti lasciano davvero il tempo che trovano !Thor41 ha scritto:Riscaldamento, esercizi, discorso, si giocava, discorso motivazionale, power play/box play, cazzeggio finale.Kenta ha scritto:Fischer come gestiva gli allenamenti?Thor41 ha scritto:Stamattina mi è piaciuto anche all'allenamento, esercizi di tattica più che altro, e dopo un po riuniva tutti e lui (molto Wohlwend anche) alla lavagna spiegava tutto nei dettagli, per la prima volta dopo 2 anni ho visto un uscita dal terzo ben fatta.
Alla lavagnetta faceva molto poco sul ghiaccio, poi magari nello spogliatoio faceva molto di più ma non è dato a sapersi giustamente. Sul ghiaccio non è che c'era moltissima tattica e se si sbagliava o non andava, non succedeva niente.
Oggi con Shedden dopo un 5 minuti di messa in pratica dello schema, si provava altro ancora, sia in uscita che in impostazione. Parlava tanto e con tutti.
Dopo il primo allenamento (!!!) si vedono già le uscite ben fatte.....con Fischer non c'era tattica sul ghiaccio.....e se si sbagliava non succedeva nulla.....sembra che Fischer era davvero un dilettante.
Scusa Thor41 ma se gli allenamenti di Fischer da 2 anni erano cosi penosi come mai eri soddisfatto del suo rinnovo 2 mesi fa ?
Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Piccolo dettaglio: la stampa lo chiama mr Shedden, non Patrick o Doug nel suo caso. La distanza con lo staff tecnico è necessaria
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Pat Bateman
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Re: Doug Shedden, il nostro allenatore
Io faccio notare le parole sia di Shedden che di Chiesa riguardo lo stile di gioco. Entrambi dicono a chiare lettere che non si giocherà a buttare il disco nel terzo avversario. Spero che i prevenuti possano sentirsi sollevati.